Recensioni

di Claudia Pecorarohttp://www.ilcambiamento.it

Da quattro anni l’Auditorium ospita Equilibrio – festival della Nuova Danza, che invita artisti emergenti operanti in Italia a proporre progetti originali, in forma breve, destinati ad evolversi in spettacoli di danza. Gli otto gruppi finalisti presentano i propri studi di fronte al pubblico e ad una giuria internazionale. Il vincitore ottiene un contributo per lo sviluppo della produzione che sarà presentata all’interno del Festival dell’anno successivo.

Proprio così è andata al Collettivo 320Chili… La giuria che li ha premiati nel 2010, presieduta dal coreografo Sidi Larbi Cherkaoui, ha apprezzato la loro “capacità di creare immagini evocative e pittoriche‚ risultato ottenuto con pochi mezzi e sfidando il linguaggio abituale delle loro discipline”.

La compagnia nasce infatti nel 2007 dall’incontro di cinque giovani artisti di circo contemporaneo (il nome è la somma dei loro pesi corporei), uniti dall’esperienza comune di studio presso la scuola di circo Flic di Torino e la forte passione per le arti della scena. Negli anni, la vocazione artistica individuale e le differenti competenze tecniche hanno permesso loro di approfondire ambiti artistici diversi.

Il risultato è un mix perfetto di danza contemporanea, acrobatica, teatro di strada e nouveau cirquePura energia che esplora tutte le possibilità del movimento, portate frequentemente alle estreme conseguenze. Prove fisiche extra-ordinarie che non risultano mai un esercizio di stile. Una sfida alla gravità.Nonostante le azioni sceniche rocambolesche e mirabolanti, lo spettatore è conquistato dalle persone più che dai danzatori

La tensione verso l’alto, il cadere, il saltare (quasi volare), lo scivolare, il muovere l’altro sono le molle propulsive dello spettacolo Ai Migranti. Sei danzatori e pochi oggetti di scena, il buio e musiche-rumori eccellenti danno vita a un mondo che appartiene sì alla condizione di migrante (è solo il titolo a dare questa chiave di lettura), ma anche all’essere umano in generale.

Lo spettacolo indaga infatti l’uomo e la sua natura, esplorando con ironia e lucida cattiveria il difficile equilibrio tra il bisogno degli altri e la lotta individualistica per la sopravvivenza.

I momenti più divertenti e drammatici insieme sono quelli che riguardano i bisogni primari: la conquista di un posto dove dormire, la lotta per un pezzo di pane. Il ripetuto nascondersi dentro le casse-valigie di legno, rifugio e nascondiglio, evoca la condizione di clandestinità.Nonostante le azioni sceniche rocambolesche e mirabolanti, lo spettatore è conquistato dalle persone più che dai danzatori. Lo spaesamento tipico del migrante, le angosce di chi è appena sbarcato in un posto nuovo, il vivere di espedienti sono sviscerati con razionalità e freddezza. La poesia sta nel movimento, non nel racconto.

“Le migrazioni sono un andare di persone a piedi e per mare, stracci addosso e occhi spalancati, nervi tesi, cuore sospeso ad aspettare l’Oltre. Le migrazioni sono un andare avanti camminando indietro, guardando verso il passato per poi girarsi e accorgersi di aver fatto strada. Le migrazioni sono necessità istintuale di movimento interiore ed esteriore”, racconta il Collettivo.

Durante i passaggi di acrobatica aerea e di cerchio rotante, il pubblico sta col fiato sospeso. La tecnica circense diventa arte con la A maiuscola… fino al crescendo finale dove una gigantesca catasta di casse, vestiti, stracci, materassi e danzatori diventa il totem simbolico a cui ognuno può assegnare un significato proprio.

Capolavoro, oserei dire.

Giuseppe Distefanohttp://www.ilsole24ore.com


Il titolo “Ai migranti”, spettacolo vincitore del Premio Equilibrio 2010, suona come una dedica a tutti coloro che affrontano il difficile e doloroso spostamento verso rotte geografiche precise ma dense di incognite esteriori e interiori. Sulla scia del “Nouveau cirque” – genere nato Oltralpe, di commistione dell’arte circense con i linguaggi scenici della danza e del teatro contemporaneo – i cinque giovani artisti e interpreti del Collettivo 320Chili, accomunati dall’esperienza di studio alla scuola di circo “Flic” di Torino, hanno saputo coniugare “le diverse esperienze di formazione – così motivava, tra il resto, la giuria – in un risultato corale ed armonico che prende, tra l’altro ispirazione da un evento rilevante della nostra epoca, che riguarda tutti noi”.

È un susseguirsi di immagini evocative e pittoriche, un flusso continuo di movimenti e sequenze che rimandano, con qualche perdonabile ingenuità, alla chiara tematica dei popoli migratori. Il rumore del mare e una cassa faticosamente trascinata è l’immagine d’inizio. A quel baule se ne aggiungeranno altri due, diventando l’oggetto emblematico del racconto. È zattera, scoglio, casa, nascondiglio, tavolo, scrigno di ricordi. Si esce e si entra in esso, con salti e capriole; ci si nasconde, vi si abita, ci si difende. Le casse unite diventano panchine di un vagone ferroviario dove i danzatori, dormienti e accatastati l’uno sopra l’altro, ingaggiano una geniale e divertente coreografia scompaginandosi in un continuo intreccio in cui si scacciano a vicenda da quel piccolo spazio senza toccare terra. L’impeccabile tecnica acrobatica dei performer viene piegata alla necessità del movimento a volte descrittivo, a volte più simbolico.

Sfuma in danza corale tra acrobazie, scivolamenti e avanzamenti in ginocchio; in assoli e duetti struggenti e ironici, che esprimono condizioni dell’anima e tessiture relazionali. La coreografia, firmata da Piergiorgio Milano, crea raccordi gestuali dosando l’energia esplosiva a gesti più contenuti. Mantiene sempre chiaro il filo rosso del racconto. Evoca immagini di sbarchi clandestini, di approdi e di ulteriori fughe, di conflitti fra gruppi, di angusti ritrovi, di solidarietà necessaria. E non sono mai retoriche certe figurazioni che sono espliciti rimandi: come la contesa di un pezzo di pane che passa da una mano all’altra, o il ritrovamento di corpi morti o in fuga illuminati a flash da un gioco di torce elettriche che perlustrano nel buio della scena mentre s’odono rumori di passi, di cani e di polizia. Più semplicistici altri passaggi: come l’uso della corda per riprendere chi vorrebbe far ritorno, o per acrobazie aeree troppo insistite.

Il finale è una sarabanda poetica. Nella confusione di una folla in preda ad una follia anarchica, un uomo si trascina come un barbone recando con sé un mucchio di oggetti – materassi, coperte, tubi, borse, cartoni – che diventeranno di tutti. Dalle borse usciranno stracci buttati in aria mentre alcuni innalzeranno una torre con le casse addobbandole con altri oggetti. Intanto uno del gruppo avrà costruito un enorme cerchio e, danzandovi appeso come l’uomo michelangiolesco, ruoterà lievemente scivolando su quella scena di derelitti, mentre tutto si acquieta in un silenzio pregno di storie.

Agata Motta  Scenario on-line. 19 novembre 2011

“Ai migranti” diretto da Piergiorgio Milano al Teatro Libero

Palermo- Vincitore del Premio Equilibrio Roma 2010, “Ai migranti”, spettacolo di teatro-danza-nouveau cirque diretto impeccabilmente da Piergiorgio Milano e proposto al Teatro Libero, gode della speciale magia nata dall’incontro proficuo di linguaggi diversi, piegati e disciplinati da un esemplare rigore costruttivo. E’ il movimento di andata e ritorno, incessante come quello delle onde del mare sulla battigia, a fare da collante, perché all’ondata migratoria dell’oggi seguirà certamente quella di domani. Sulla nuda scena le cassapanche di legno, continuamente abitate e subito abbandonate, sono imbarcazioni di fortuna che fluttuano sotto un cielo rallegrato dai gabbiani, sono vagoni di un treno sferragliante che inghiotte persone e sogni fino a risorgere in musica e danza, sono gabbia e rifugio, salvezza e dannazione. Poi il baluginare delle torce elettriche nel buio, che scovano momenti di intimità quotidiana, allude a clandestinità e perlustrazioni, mentre il continuo spingersi e incalzarsi a vicenda dei corpi rimanda all’ansia aggressiva del doverci stare tutti in spazi limitati e angusti nella dura lotta per la conquista di un pezzo di esistenza che assomigli, anche solo vagamente, alla dignità.

Gli eccellenti protagonisti, che dello spettacolo sono anche creatori – Elena Burani,Florencia Demestri (cui appartiene pure la collaborazione alla scrittura coreografica), Piergiorgio Milano, Fabio Nicolini, Roberto Sblattero, Francesco Sgrò – uniscono la grazia della danza all‘abilità circense, propongono vertiginose acrobazie, alla fune, al cerchio rotante o semplicemente a corpo libero, che sono anche metafora dei tentativi, sempre rischiosi e difficili, di quanti nel cammino verso un possibile riscatto devono inventarsi nuovi, ogni giorno, come esseri umani, e ancora nuovi nelle speranze, nelle abilità, nelle aspettative. Felicissime le coreografie dello stesso regista e interprete, trascinanti le musiche di Simon Thierree, emozionante il risultato che trova accenti di pura poesia. Alla fine una festosa pioggia di indumenti, oggetti, cartoni, riso, crea una catasta, puntellata da corpi, che diviene torre da scalare o totem da adorare, non importa, ma è bello che si concluda con la gioia, con la giovanile certezza di poter abitare un mondo migliore.

Sara Patera – Il Giornale di Sicilia – 19 novembre 2011

Bauli, grovigli di corpi, ritmi di pressante tensione fisica e un acrobatico dipanarsi di movimento che tiene avvinto lo sguardo, con qualche timorosa apprensione. Ma la compagnia 320chili che ha proposto in “prima” giovedì sera al Teatro Libero di Palermo il suo “Ai Migranti” sembra sottrarsi a ogni rischio e coniuga immagini che significativamente si legano al tema con un uso della fisicità sospinta all’estremo, docilissimo il corpo a una sfida continua nell’incontro-scontro (e la cronaca attuale fornisce appigli all’immaginazione) per contendersi un posto, noncuranti dell’altro o pronti al gesto violento, che si tratti di ottenere uno spazio sul coperchio della cassa o di una forma di pane da conquistare anche col coltello.

Una corda serve ad avvinghiare il corpo di una donna che tenta ostinata di sottrarsi e anche qui il rimando a una attualità drammatica, resa con forte evidenza, è insieme prova di fisica abilità che assume connotazioni spettacolari da circo negli aerei volteggi e fulminee discese, con una corda attorta in nodi, disciolta, riannodata a rendere la qualità acrobatica della protagonista dell’assolo. Baleni di figure in brevi lampi di luce e momenti che richiamano intenti più tradizionalmente coreutici un po’ assemblano parti in cui il filo più solido è dominio del corpo e una tensione di ritmi che scandiscono in molteplicità di situazioni lo spazio.

E la coreografia di Piergiorgio Milano, che trova notevolissima efficacia di riscontro nel gruppo, sigla lo spettacolo con una sorta di fantastica ridda che però alla fine, tacendo la musica, nel ritmo metallico della grande ruota con un incombente totem sembra farsi misteriosamente allusiva.  


Fritz Haeg’s Daily Wikidiary – http://www.fritzhaeg.com/wikidiary/tag/collettive-320chili/

…the young Italian dance collective (or contemporary circus company, Compagnia di Circo Contemporaneo, as they also refer to themselves, whose name refers to the total weight of the company in kilos) we saw at the Auditorium Parco della Musica (the performing arts complex designed by Renzo Piano which opened north of central Rome in 2002 near Nervi’s Palazzo dello Sport and MAXXI ) as a part of the February dance festival ‘Equilibrio,‘ gave us such pleasure tonight with their amazing performance of Ai Migranti (direction and choreography by Piergiorgio Milano and creation and interpretation by Elena Burani‚ Florencia Demestri‚ Piergiorgio Milano‚ Fabio Nicolini‚ Roberto Sblattero‚ Francesco Sgrò) which included six performers attired in casual unassuming street clothes performing languid but precise movements, virtuosic but not showy steps, that seemed to become more energetic and out of control as the evening progressed – starting with trunks, being moved around the stage, bodies going in and out of them, over them, complex group napping arrangements on top of them, pivoting one-handed handstands over them, flips, a ball of bodies rolling over each other, and then to the rope acrobatics, synchronized group choreography, locomotion with kneeling jumps, food fights, fork fights, a very large knife (which I was really worried about), a pitch-black stage with occasional illicit movements only glimpsed by the illumination of the performers flashlights, some deranged spoken in loud Italian including lists of foods, and a finale with mounds of junk, stuff, detritus, precariously carried on stage, thrown around, (which somewhat reminded me – in a great way – of Anna Halprin‘s ‘Parades and Changes,’ one of my all time favorite pieces) torn apart, piled up, a man stripping down and putting on a cardboard box, and another wrapping some tape over a huge plastic hoop and spinning around on it in a way that I didn’t know was possible, and concluding with the pile of trunks and junk and people as a tall totem, plus the empty plastic hoop finally spinning down to the ground – and making me really excited about art, dance, Italy, and humans in general.


Mauro Carulli- http://www.muvideo.biz

I 320 chili sono bravi , sul palco dell’auditorium  presentano  “ai migranti” spettacolo nato dai 15 minuti vincitori il premio Equilibrio 2010.

Li conoscevo ancor prima di questa vittoria, anche se ai più sono sconosciuti.

Provengono dal circo, ma non solo.

Sono fisicamente  dotati, hanno quelle qualità fisiche che, ai mè, non durano tutta la vita, è un piacere vedere le loro qualità in scena.

Ai Migranti è una regia collettiva, le coreografie si intrecciano sulla scena con colpi di capriole, salti e piroette… molta poesia (mai abbastanza aggiungo).

La loro poetica però è chiara e a guardarli non si può far a meno di pensare alle impressionanti possibilità evolutive che i 320 chili hanno nelle  mani.

Avevo consigliato di andarli a vedere, ma non credo che la sala Petrassi dell’Auditorium (750 posti) sia piena per questo, merito di un organizzazione che ha ben lavorato.

Mi guardo intorno e penso che è sempre un piacere vedere le sale piene.

Qualcuno si lamenta del posto eccessivamente distante dal palcoscenico, questa distanza non ha impedito di ritrovarsi proiettati in scena…migrare con loro.

Non entro in merito al significato, i 320 chili “giocano” e lo fanno seriamente (e sinceramente).

Faccio  i complimenti al Premio Equilibrio, per la selezione e faccio i migliori auguri a tutti i 320 chili per la dedizione e la generosità messa in scena.

Nota dolente: il premio Equilibrio 2011 passerà da 20.000 a 15.000 euro per i tagli alla cultura.

Ludovica Marinucci – http://teatridicartapesta.blogspot.com/

Ai migranti. Un prolungato buio prepara la vista del pubblico; uno scrosciare d’acqua invoglia all’ascolto. Sei giovani danzatori compaiono a più riprese sulla scena: sono giocolieri della migrazione. Portano con sé pesanti bauli vuoti, da cui escono ed entrano con facilità, come fossero le porte delle case materne. È una danza lenta, faticosa: si sente tutto il peso dei loro 320 chili. Camminare a testa in giù, è un buon modo per vedere dall’altra prospettiva: quella di chi vive una vita in un incessante movimento.

Se qualcuno si ribella o si smarrisce, viene categoricamente ripreso, con un lazzo. Non si avanza, se non c’è un movimento collettivo. L’incontro di atomi liberi diventa facilmente uno scontro. Si ondeggia, si cade, ci si rialza, in questa danza di ricerca.

Ci si ferma soltanto per dormire, ma è una vera e propria acrobazia trovare il proprio posto. Su queste casse, che ricordano troppo spesso delle bare. Sono preoccupati questi circensi: se non riuscissero a fermarsi?

La migrazione diventa movimento in sé. I migranti, come acrobati della vita, se necessario, si buttano nel vuoto, da sempre più in alto. L’unica speranza è che qualcuno li riprenda al volo. Ecco, un invito alla fiducia.

Sono un esercizio collettivo anche le interessanti acrobazie della nomade della corda: un momento la attorciglia attorno al corpo come fosse un feto, il momento dopo sembra poter riuscire a volare via lontano. La musica si interrompe, per sentirne il respiro affaticato.

Proprio come nei momenti di buio assoluto risaltano meglio le poche luci intermittenti: sono lucciole, che narrano le loro storie con malinconica ironia.

L’ironia e la complicità sono il filo conduttore che tiene insieme questo collettivo, che così riesce a mostrare, con una grande coscienza sociale, gli atti quotidiani di quelle che restano anzitutto persone: la pericolosa lotta per il pane, il guardare la sorte del vicino, l’appropriazione furtiva delle cose altrui, in un crescendo che porta alla confusione generale, al gioco frenetico con cartoni, materassi, vestiti, in cui tutto si mischia con tutto.

Pian piano si costruisce una montagna di cose usate. È un monumento alla povertà e, al contempo, all’accumulo di esperienze. È un monumento dedicato Ai migranti.

Non stupisce che questo gruppo, ospite della rassegna, pur nella totale essenzialità coreografica, sia stato premiato nella scorsa edizione del Premio Equilibrio (2010) come miglior progetto. La giuria li ha incoraggiati a mantenere e sviluppare il loro approccio corale ed armonico, che partendo dalle diverse esperienze di formazione dei danzatori e usufruendo di pochi mezzi, ottiene un risultato evocativo e poetico su un argomento rilevante delle nostra epoca e, a nostro parere, di ogni epoca.

I danzatori, prima tre, poi cinque ed in questa ultima performance sei, riescono a tirare fuori dai loro bauli una grande capacità di comunicazione tramite immagini al contempo dure, ironiche e poetiche, con il supporto della recitazione e soprattutto del circo, ramingo per eccellenza, che diventa mezzo perfetto per stimolare l’immaginazione, i sogni e la capacità di mettersi nei panni degli altri.

di Isabella Rossi-UmbriaLeft.it

E’ un ipnotico movimento di rotaia su cui si sposta il baule dei ricordi. Ancora di identitaria salvezza di un’umanità condannata all’eterna lotta per la sopravvivenza, possibile solo in una terra in cui ricominciare. Racconta di un viaggio nella speranza di un nuovo inizio ed è dedicato “Ai migranti” il lavoro del collettivo 320chili, vincitore nel 2010 del premio Equilibrio, sbarcato venerdì scorso al Teatro Mengoni di Magione. Un viaggio in cui tutto è ciclico.

Alzarsi e ricadere, vincere e perdere, immergersi ed emergere, tra oscurità e luci. Sono momenti e stati d’animo di un racconto – in cui la vocazione acrobatica del collettivo dei cinque giovanissimi artisti si presta ad un’espressività carica di energia – che attraversa tutta un’umanità intimamente legata da reazioni a catena. Ed è un effetto domino – quello prodotto da una perfetta sintonia di corpi e respiri – che imprigiona destini e crea legami. Ma il vento può cambiare direzione e ad un battito d’ali di farfalla il viaggio della speranza si trasforma in una lotta senza quartiere, tutti contro tutti. Può anche finire con l’allegria di una conquista territoriale, che non è leggerezza ma sollievo tragicomico, a cui voler e dover credere.

2 pensieri su “Recensioni

  1. Pingback: Le prossime date « 320chili

  2. I do not even know how I ended up here, but I thought this post was great.
    I don’t know who you are but definitely you’re going to a famous blogger if you are not already😉 Cheers!

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...